Danilo e Luciano risolvono il mistero: la storia degli 007 che hanno cambiato tutto

Due ricercatori veneti, Danilo Pellegrini e Luciano Chiereghin, hanno compiuto un’impresa che sembrava impossibile: ritrovare il leggendario “Lungo Giorgio”, il cannone navale austro-ungarico Skoda da 35 cm che terrorizzò Asiago durante la Prima Guerra Mondiale. Non si è trattato di una scoperta casuale, ma del risultato di anni di studio meticoloso di documentazione militare austriaca e analisi di immagini satellitari. Il gigantesco pezzo d’artiglieria da 98 tonnellate, capace di lanciare granate da 700 chilogrammi a oltre venti chilometri di distanza, giaceva sepolto dal 1918 a Gorgo del Monticano, in provincia di Treviso. Il cannone rappresenta l’unico esemplare ancora esistente di questo modello e testimonia la potenza distruttiva che colpì il Veneto durante la Grande Guerra. La scoperta, avvenuta nel giugno 2025 mediante prospezione geognostica, ha riacceso l’interesse dello Stato Maggiore dell’Esercito per il recupero di questo straordinario reperto storico.

La scoperta del Lungo Giorgio attraverso tecnologie moderne

La storia della ricerca del cannone rappresenta un vero caso di detective storico-militare. Pellegrini e Chiereghin non hanno lasciato nulla al caso, combinando competenze storiche e tecnologiche per risolvere un enigma rimasto irrisolto per oltre un secolo. Il loro lavoro dimostra come la passione per la storia locale possa portare a risultati eccezionali quando supportata da metodi scientifici rigorosi.

Chi sono Danilo Pellegrini e Luciano Chiereghin

I due ricercatori veneti non sono professionisti del settore archeologico o militare, ma appassionati storici della Grande Guerra con competenze complementari. Pellegrini, residente a Venezia, ha dedicato anni allo studio della documentazione militare austro-ungarica conservata negli archivi, mentre Chiereghin, di Porto Tolle in provincia di Rovigo, ha sviluppato abilità nell’analisi di immagini satellitari applicando tecniche di maggiorazione del contrasto cromatico e filtri polarizzatori. La loro collaborazione ha permesso di incrociare fonti storiche con evidenze territoriali, individuando anomalie nel terreno compatibili con la presenza di un grande manufatto metallico sepolto.

Il metodo di ricerca utilizzato

L’approccio metodologico seguito dai due ricercatori si è basato su tre fasi distinte ma interconnesse. Inizialmente hanno consultato documenti dell’esercito austro-ungarico, inclusi i rapporti operativi e le schede tecniche del cannone conservati presso la Österreichische Nationalbibliothek di Vienna. Successivamente hanno analizzato immagini satellitari della zona di Gorgo del Monticano, elaborandole con software specifici per individuare anomalie nel sottosuolo. Infine, nel giugno 2025, hanno coordinato una prospezione geognostica che ha confermato la presenza dell’imponente massa metallica sepolta dal fango provocato dall’allagamento delle truppe austro-ungariche in ritirata. Le verifiche tecniche successive hanno definitivamente accertato che si trattava proprio del leggendario cannone.

Il cannone navale Skoda che bombardava a venti chilometri

Il “Lange Georg” (nome tedesco) o “Lungo Giorgio” rappresentava uno dei più avanzati esempi di ingegneria militare della Prima Guerra Mondiale. Originariamente progettato come armamento navale per le navi da battaglia austro-ungariche, questo colosso d’acciaio incarnava la filosofia bellica dell’epoca che privilegiava la capacità di colpire obiettivi a grande distanza con proiettili devastanti.

Caratteristiche tecniche dell’arma

Il cannone Skoda 35 cm L/45 M16 vantava specifiche tecniche impressionanti anche per gli standard odierni. Con un peso complessivo di 98 tonnellate e una lunghezza della canna di oltre 15 metri, l’arma richiedeva una gru a portale da 100 tonnellate per essere spostata dal carrello ferroviario all’affusto permanente. Le granate da 700 chilogrammi potevano raggiungere una gittata superiore ai venti chilometri, rendendo vulnerabili postazioni che si credevano al sicuro. La potenza di fuoco era tale che i serventi dovevano suonare una sirena prima di ogni colpo per avvisare gli abitanti di aprire le finestre ed evitare danni dall’onda d’urto generata dallo sparo. Il rinculo violento richiedeva fondamenta in cemento armato particolarmente robuste.

La produzione e il destino degli esemplari

La Škoda Works di Pilsen aveva costruito dieci esemplari di questo cannone navale, destinati inizialmente alle nuove unità di classe Ersatz Monarch, un’evoluzione della classe Viribus Unitis. Lo scoppio della guerra nel 1914 comportò l’annullamento della commessa navale, rendendo disponibili questi cannoni per impieghi alternativi. Tuttavia, venne realizzato un unico affusto terrestre capace di accogliere l’arma, il che significava che solo un cannone alla volta poteva essere operativo sul fronte terrestre. La canna doveva essere sostituita dopo circa cento colpi sparati, richiedendo una complessa operazione di ricalibrazione mediante ritubatura. L’esemplare ritrovato è l’unico noto ancora esistente, rendendo la scoperta di Pellegrini e Chiereghin ancora più preziosa dal punto di vista storico.

Il bombardamento di Asiago durante la Strafexpedition

La cittadina di Asiago subì l’ira devastante del Lungo Giorgio durante uno dei momenti più critici della guerra per l’Italia. Il cannone venne posizionato strategicamente a Calceranica al Lago, in provincia di Trento, con l’obiettivo specifico di colpire il centro di comando italiano sull’Altopiano. La scelta di questo obiettivo non era casuale: distruggere il comando avrebbe paralizzato la capacità di coordinamento delle truppe italiane in un’area strategicamente cruciale.

La Strafexpedition austro-ungarica

La Strafexpedition, letteralmente “spedizione punitiva”, rappresentò l’offensiva austro-ungarica lanciata nel maggio 1916 contro le posizioni italiane nell’Altopiano di Asiago. L’impero asburgico intendeva punire l’Italia per quello che considerava un tradimento della Triplice Alleanza. Il Lungo Giorgio costituiva l’arma psicologica e materiale più temibile di questa offensiva, in quanto la sua gittata permetteva di colpire obiettivi che normalmente sarebbero stati fuori portata dell’artiglieria convenzionale. La strategia austro-ungarica puntava a rendere inefficace la risposta delle truppe italiane eliminando i centri nevralgici del comando e controllo.

Gli effetti devastanti sul territorio

Le conseguenze dei bombardamenti su Asiago furono catastrofiche per la popolazione civile e le infrastrutture militari italiane. La città venne ridotta in macerie dalle granate da 700 chilogrammi che piovevano dal cielo con regolarità terrificante. Gli edifici storici, le abitazioni e le installazioni militari subirono danni gravissimi. Il rumore dell’esplosione e l’onda d’urto generata da ogni colpo erano così violenti che gli abitanti dovevano adottare misure preventive per proteggere le proprie case. La memoria di quei giorni terribili rimase impressa nella popolazione locale, che tramandò per generazioni il nome sinistro del cannone responsabile di tanta distruzione.

Il percorso bellico del cannone attraverso il fronte italiano

Dopo aver seminato distruzione ad Asiago, il Lungo Giorgio non rimase fermo. La sua mobilità relativa, pur limitata dalla necessità di infrastrutture ferroviarie e di sollevamento pesanti, permise all’esercito austro-ungarico di ridispiegarlo in altri settori del fronte dove la sua potenza di fuoco poteva risultare decisiva. Questo spostamento testimonia l’importanza strategica che il comando austriaco attribuiva all’arma.

Da Calceranica al Carso

Completata la fase della Strafexpedition, il cannone venne trasferito prima a Opicina, sul Carso, dove le truppe austro-ungariche erano impegnate in durissimi combattimenti contro l’esercito italiano. Sul Carso, il terreno carsico rendeva particolarmente difficili le operazioni di artiglieria convenzionale, ma la gittata eccezionale del Lungo Giorgio permetteva di colpire retrovie e centri logistici italiani anche da posizioni protette. Successivamente l’arma venne spostata nuovamente, questa volta verso il Veneto orientale, in previsione di operazioni offensive contro la pianura trevigiana e il fronte lagunare.

La battaglia del Solstizio a Gorgo del Monticano

L’ultimo impiego operativo del cannone avvenne a Gorgo del Monticano, vicino a Oderzo in provincia di Treviso. Qui, dopo la vittoria austro-tedesca a Caporetto nell’ottobre 1917, l’arma venne posizionata in batteria puntata verso le linee difensive italiane lungo il fiume Piave. Il momento più significativo arrivò alle ore 03:00 del 15 giugno 1918, quando il Lungo Giorgio sparò la prima salva che diede inizio alla Battaglia del Solstizio, nota anche come seconda battaglia del Piave. Questa fu l’ultima grande offensiva austro-ungarica contro l’Italia, e il cannone venne schierato con l’obiettivo di aprire la strada verso Venezia. Tuttavia, la resistenza italiana sul Piave si rivelò più solida del previsto, e l’offensiva fallì. Con la sconfitta imminente, le truppe austriache in ritirata decisero di allagare l’area intorno a Gorgo del Monticano per rallentare l’avanzata italiana, condannando il gigantesco cannone a rimanere sepolto nel fango per oltre un secolo.

Il recupero e la valorizzazione del reperto storico

La scoperta effettuata da Pellegrini e Chiereghin ha immediatamente catalizzato l’attenzione delle autorità competenti. Un reperto di tale valore storico e di tali dimensioni richiede un intervento coordinato che coinvolge multiple istituzioni, dalla Soprintendenza ai Beni Culturali allo Stato Maggiore dell’Esercito. La complessità dell’operazione di recupero non deve essere sottovalutata, considerando il peso massiccio del cannone e la sua profondità di sepoltura.

Le verifiche tecniche e l’intervento delle autorità

Dopo la prospezione geognostica di giugno 2025, i due ricercatori hanno tempestivamente comunicato la scoperta alle autorità civili e militari competenti. Lo Stato Maggiore dell’Esercito ha manifestato forte interesse per il ritrovamento, riconoscendo l’unicità del reperto come ultimo esemplare esistente di questo tipo di cannone. È stata programmata una riunione di coordinamento per valutare le modalità operative del recupero, che richiederà mezzi di sollevamento eccezionali e competenze specialistiche in archeologia industriale e militare. La zona del ritrovamento dovrà essere messa in sicurezza e probabilmente sarà necessario prosciugare o stabilizzare il terreno prima di poter procedere con le operazioni di scavo e sollevamento del colosso metallico.

Il futuro del cannone e la memoria storica

Pellegrini e Chiereghin sperano che il Lungo Giorgio possa trovare una collocazione museale degna della sua importanza storica, possibilmente sull’Altopiano di Asiago o in un museo della Grande Guerra in Veneto. La valorizzazione del reperto dovrebbe includere pannelli esplicativi e materiale documentario che contestualizzi l’arma nella strategia bellica austro-ungarica e nell’esperienza delle popolazioni civili che subirono i bombardamenti. Il cannone rappresenta un monito tangibile della potenza distruttiva che la tecnologia militare aveva raggiunto già nel 1916, rendendo vulnerabili anche località che si credevano distanti dal fronte. La presenza fisica di questo gigante d’acciaio permetterebbe ai visitatori di comprendere concretamente le dimensioni della tragedia che colpì il territorio veneto durante la Prima Guerra Mondiale. Oltre al suo valore come reperto museale, il Lungo Giorgio costituisce un’importante testimonianza dell’ingegneria militare austro-ungarica e del livello tecnologico raggiunto dall’industria bellica all’inizio del Novecento. La sua conservazione e studio potranno offrire nuove prospettive sulla storia militare e industriale dell’epoca, contribuendo a mantenere viva la memoria collettiva di eventi che hanno segnato profondamente l’identità del Veneto e dell’Italia intera.

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